Davanti a questo mare

Il fatto è che prima di tirare su una barricata o riempire piazze preferisco sapere chi mi circonda, chi mi guarda le spalle, per quale motivo si sia deciso di alzare una barricata e se questo non possa incidentalmente servire e risultare funzionale ai progetti di terzi… e così via. Il fatto è che, a mio avviso, il mare non si può vendere.

In Agones. In queste ultime settimane di scandali, corruzione e MOSE, sembra che i pesci si siano stancati di “assistere curiosi / al dramma collettivo / di questo mondo,” approfittando delle esondazioni di destre sovraniste e acqua salata per metter pinna a terra.

Ciò che del pensiero preoccupa è precisamente il suo essere irriducibile all’ideologia.

In un passaggio pressoché intraducibile della sua opera politica intitolata Politeia (511b), Platone riflette sul funzionamento del linguaggio. Il passo è il seguente:

    […] impara ora quale sia l’altra parte dell’intellegibile: quella che il linguaggio raggiunge attraverso la sua possibilità di dialogo, quindi trattando i presupposti non come fossero principi, ma per quello che sono davvero: ovvero come gradini e impulsi per raggiungere il non-presupposto […]

Quello che Platone cerca di dirci (l’ho detto e lo ripeto: pressoché intraducibile) è che il linguaggio, per il suo stesso funzionamento, tende inconsciamente a trasmettere un carattere di verità ai propri oggetti. Ovvero: dicendo ‘albero’ io penso a una certa cosa, a un certo ente piuttosto ben definito e circoscritto formato da tronco, rami, foglie, radici e così via. Quello a cui forse non penso è che, se non fosse per un’altra infinità di organismi e processi biochimici di cui nemmeno sospetto l’esistenza, quello che attraverso il linguaggio io chiamo ‘albero’ nemmeno esisterebbe. Di fatto, nemmeno esiste: è solo una porzione di qualcosa di più grande e reale che non riesco ad afferrare. Se scambiassi per realtà ciò che la parola ‘albero’ vuole significare (se trattassi quindi le parole, i presupposti “come fossero principi”) non riuscirei a comprendere quella porzione di realtà che mi è di fronte (il “non presupposto”), potrei per esempio meravigliarmi per il fatto che gli alberi non crescano nel deserto o in mezzo a una funzionalissima gettata d’asfalto. La parola ‘albero’ non rende conto della realtà, o meglio: la semplifica, la mutila per le necessità della comunicazione.

Detto questo, Platone afferma che il discorso filosofico è quel particolare modo di impiegare il linguaggio che, conscio di questo suo meccanismo, non tratta le parole in quanto indicatori di realtà (e che quindi non impiega il linguaggio in modo referenziale, come si dice in linguistica) bensì in quanto semplici “gradini” o “impulsi” per raggiungere il non-presupposto. Il discorso filosofico dovrebbe quindi educare a impiegare le parole in modo non mistificante. Se questo vale per le comuni parole del discorso, certo vale ancora di più per le idee ed i concetti: prodotti primari della nostra capacità di linguaggio.

Tuttavia, come faceva notare Agamben a proposito della parola ‘economia’, vi sono alcune parole che, per effetto dell’ideologia, smettono di essere concetti e di essere impiegate in quanto tali, trasformandosi in vere e proprie parole d’ordine. Alla parola ‘economia’ ne andrebbero aggiunte molte altre, tipiche del lessico politico: parole come sviluppo, (anti)fascismo, accoglienza, (anti)razzismo, popolo, nazione…

Ciò che del pensiero preoccupa è precisamente il suo essere irriducibile all’ideologia. Certo può esistere un pensiero che si riconosca e si voglia ideologico (basti pensare a Gramsci), ma per rimanere tale esso, oltre ad essere sostenuto da una cultura estremamente ampia e profonda, deve necessariamente continuare a muoversi sulla soglia dell’eresia, dell’eterodossia. Per la sua capacità di mettere in dubbio e all’occorrenza superare dicotomie imposte e date per scontate, di dissacrare ogni tipo di vulgata nel tentativo di comprendere la complessità del reale non-incasellato, il pensiero è qualcosa di non smerciabile, acquisibile solo per mezzo del suo esercizio. L’opera educativa più utile e sana è quella che accostuma a questo tipo di sensibilità demistificante, a questo sguardo sulle cose che tenda a decifrarne le sottilità e a rilevarne le intime connessioni; e non a inquadrarle in una serie di etichette dove ‘nero’ è solo ‘nero’ e ‘bianco’ è solo ‘bianco,’ senza nessuna sensibilità a una qualsiasi dissociazione cromatica intermedia. Questo secondo tipo di strategia è quella tipica del potere, che basa la sua esistenza (e persistenza) proprio su questo genere di linguaggio binario, come ci ricordano alcuni versi di Pasolini:

[…] va verso il futuro
il Potere, e lo segue, nell’atto trionfante,
l’opposizione, potere nel potere.

Per tutta questa serie di motivi tendo sempre a considerare con scetticismo, o quantomeno con cautela, qualsiasi movimento di massa più o meno spontaneo che si presenti o venga presentato come ‘di protesta’ avvalendosi però, immancabilmente, di un lessico e di concetti già iscritti nel gioco dell’ideologia. Soprattutto se si parla di un popolo sottoposto per legislature e legislature a un processo sistematico (e molto probabilmente programmato) di abbruttimento intellettuale. I versi di Pasolini ci suggeriscono l’idea che al potere non interessi tanto il controllo nel gioco, quanto il controllo sul gioco. Mantenere il controllo sulle regole del gioco è ancora più importante che avere il controllo all’interno del gioco stesso.

Certo potrei venire accusato di pormi au dessus de la mêlée (al disopra della mischia: nei toni dell’accusa di Gramsci a Sorel), accusato di non assumere posizioni schiettamente politiche mantenendomi in una zona indifferenziata di atteggiamenti politico-culturali e politico-intellettuali. Queste accuse sarebbero fondatissime. Ammetto la mia presente impotenza: non sono né un capitano, né parte di un qualche banco di pesci (pesci che in un paio di settimane, a dispetto della canzone di Dalla, hanno trovato sia la loro spontanea voce sia chi fosse disposto a farla ascoltare in prima serata).

Il fatto è che prima di tirare su una barricata o riempire piazze preferisco sapere chi mi circonda, chi mi guarda le spalle, per quale motivo si sia deciso di alzare una barricata e se questo non possa incidentalmente servire e risultare funzionale ai progetti di terzi… e così via. Il fatto è che, a mio avviso, il mare non si può vendere. Il fatto è che resta molto, molto pericoloso far passare l’idea che basti vestirsi da pesce per cominciare a pensare

Pasquino sul campo