Intervista a Daria Bignardi per “L’amore che ti meriti”

Perché ci sono nuclei familiari che rimangono uniti nel dolore e altri che si sfasciano? Cos'è che fa si che una famiglia sia solida e un'altra si disintegri di fronte ai problemi? La risposta è nella storia, ogni lettore da la sua. (Daria Bignardi)

Monaco di Baviera. Daria Bignardi giornalista, presentatrice televisiva e scrittrice. Giovedì 1° febbraio ha presentato il suo quarto romanzo “L’amore che ti meriti” all’Istituto Italiano di Cultura.

La serata è stata moderata dalla Prof.ssa Emanuela Perna docente di lingua e letteratura italiana presso l’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera.

Monaco di baviera – IIC: Daria Bignardi (foto © ilsoleitaliano – G. A.)

Leggendo il suo libro, mi è venuto in mente un film di Nanni Moretti, “La stanza del figlio” (2001). Da una parte la famiglia di Moretti, in cui il figlio Andrea muore durante un’immersione e ognuno si chiude nel proprio dolore. Dall’altra Marco, detto Maio, la cui improvvisa scomparsa porta prima il suicidio del padre e poi la morte per malattia della madre. Perché la famiglia di Alma e Maio non riesce a superare il dolore?
Daria Bignardi: È la stessa domanda che si pone Alma, che a un certo punto si interroga proprio su questo, perché ci sono nuclei familiari che rimangono uniti nel dolore e altri che si sfasciano? Cos’è che fa si che una famiglia sia solida e un’altra si disintegri di fronte ai problemi? La risposta è nella storia, ogni lettore da la sua.

Io metto in scena questa storia e a mio parere, in questa famiglia cercherei la risposta nel passato, nei silenzi del passato. Nel fatto che il padre non avesse mai raccontato certe cose. Il padre ha vissuto un trauma che non ha mai comunicato ai suoi figli. Questo crea una fragilità, una crepa. Una persona già fragile, che non ha saputo aprirsi e metabolizzare un grosso problema del suo passato, messa poi di fronte ad un altro dolore non ce la fa. Non ce la fa lui, non ce la fa la madre, mentre Alma ce la fa per miracolo, grazie ad Antonia e all’incontro con Franco. 

Lei presenta oggi il Suo libro, tradotto in tedesco a settembre del 2016 con il titolo “So glücklich wir waren“. La Germania deve confrontarsi spesso con il suo traumatico passato. C’è un collegamento tra la Germania e il Suo libro? E in particolare con Monaco di Baviera?
D.B.: Ci sono diverse cose che hanno a che fare con questo Paese. A cominciare dal padre di Alma, ma anche quello che succede a Maio. Questa è una storia ambientata alla fine degli anni ´70, attorno all´80. Quelli erano anni dove in Italia arrivavano molte suggestioni, soprattutto da Berlino, legate alla cultura punk, legate ad un certo autolesionismo, “meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. Tutti questi elementi di quegli anni sono stati molto vissuti nell´anima di questo Paese. In più un certo romanticismo drammatico nella letteratura. Non ho mai vissuto in Germania, ma ho fatto alcuni viaggi e letto alcuni autori tedeschi e mi è arrivato fortissimo il segno di questa sensibilità estrema.

Monaco di baviera – IIC: Daria Bignardi, Prof.ssa Emanuela Perna (foto © ilsoleitaliano – G. A.)

Il ruolo di mettere insieme i pezzi del vaso rotto spetta alla figlia di Alma, Antonia. Spetta quindi alla seconda generazione riscattare la prima. Facendo un confronto con la situazione attuale in Italia, vede dei parallelismi? Qual è il compito dei figli oggi nei confronti dei genitori?
D.B.: Non so quanto dei figli nei confronti dei genitori, ma ho molta fiducia nei giovani. Annuso nei venti trentenni dei segnali, una certa neo-integrità. Almeno in tante piccole cose che mi circondano, a cominciare da mio figlio che sta per compiere 21 anni ed è molto interessato alle cose della politica e del mondo. Vedo anche i suoi amici che si impegnano molto nel volontariato, nella società. Naturalmente racconto quello che vedo e con cui mi confronto.

Vedo le nuove generazioni un po’ più fiduciose rispetto a noi. Noi, in altre parole i genitori della mia generazione, da un lato un po’ sconfitti, se penso a chi viene da esperienze del ´68 e si ritrova in un’Italia che sembra andare indietro rispetto ad alcune cose. A cominciare da un neo-conservatorismo che nessuno si sarebbe mai aspettato o al peso di suggestioni razziste. Non è un´Italia luminosissima, ma è comunque un’Europa. E questi problemi esistono, sono complessi e non si risolvono con la bacchetta magica. Forse ci saranno nuove generazioni un po’ più fiduciose rispetto a noi.

L’amore si merita o è per tutti? Meritarlo significa essere in grado anche di dimostrarlo o è sufficiente averlo?
D.B.: Ti sembrerà strano, ma forse ho dato questo titolo proprio per pormi la domanda, a cui ancora non ho una risposta. L’amore si manifesta in tutte le sue sfumature e forme, quindi una risposta univoca non credo si possa dare. Mi piacerebbe dire, come per il personaggio della moglie del commissario Damalossa che l’amore lo si merita. Lui dice “Io amo mia moglie perché è buona, perché è brava, perché pensa agli altri” Sarebbe molto bello se fosse veramente così. Non so come sia, dipenda da tante cose. Mi piaceva porre questo interrogativo.

Di Giulia Antonelli

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