Michele Mari presenta il suo ultimo libro “Leggenda Privata”

Monaco di Baviera. „La letteratura è far si che ci si senta vestiti anche se si è nudi”. Menzogna, finzione, leggerezza, letteratura è offrirsi al pubblico in modo ludico, attrarre il lettore a sé facendogli credere di rivelarsi. Nudi fino all’ultimo su un palcoscenico buio. Un attimo prima ci si riveste, le luci si accendono e inizia lo spettacolo.

Monaco di Baviera. Michele Mari presenta “Leggenda privata” (foto © ilsoleitaliano – G. A.)

Questo il ruolo della letteratura per Michele Mari (Milano, 1955), ospite venerdì 12 gennaio all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. Lo scrittore e docente di Letteratura Italiana presso l’Università Statale di Milano ha presentato il suo ultimo romanzo, Leggenda privata”, tra slanci accademici e scorci intimi nel passato. “All’inizio del libro spiego la metafora della conchiglia. L’animale è un mollusco, qualcosa di fragile, debole, quasi schifoso. Il mollusco ha in sé le risorse per secernere la sostanza che poi si cristallizza in una madreperla, struttura che ne è al tempo stesso forza e bellezza. Ed io, come oggetto biologico sono un mollusco, ma in quanto scrittore voglio offrirmi al pubblico come conchiglia”.

Leggenda privata è un libro difficile, duro e doloroso, in cui l’autore offre istantanee molto nitide della famiglia. Il padre, il designer Enzo Mari, uomo rigoroso, severo e fanatico, che vede nella letteratura una forma di onanismo. La madre, la disegnatrice Iela Mari, donna geniale ma fragile, silenziosa e incapace di imporsi. Il ricordo del divieto del bacio della buonanotte o la parabola dei polli e dell’aquila spiegatagli dal padre alla sola età di otto anni come esempi della disciplina militare adottata in famiglia. Amputato l’uso della parola, “in casa si parlava poco, anzi non si parlava proprio. E quando c’era qualcosa da dirsi era un avvenimento, il più delle volte doloroso.”

Dall’incontro tra questi opposti, scaturisce la tematica del doppio, filo rincorso morbosamente dallo scrittore, che diviene sintesi dell’eredità biologica. Leggenda privata è un tributo ai genitori, “che mai prima d’ora, erano entrati nella mia letteratura”, è una resa dei conti, un’accettazione di sé e una riconciliazione col passato.  Al tempo stesso “un’autopsia critica”: è mostruoso infatti riportare in vita ciò che non esiste più, come la fotografia d’infanzia a copertina del libro. Mari stesso si definisce un mostro al quadrato, in quanto figlio di due mostri. Un demone è anche una figura rassicurante, con forma e sostanza propria, a differenza del malessere, della nausea, del dolore. Mostri fluidi questi, invisibili agli occhi ma non all’anima.

Leggenda privata è dunque un’opera autobiografica, ma pur sempre in chiave leggendaria. I personaggi rappresentati si muovono in uno spazio mitico e le vicende si susseguono in tempi epici. Lo stile si fa arcaico, atemporale, a tratti fantasioso fino a sfociare nel grottesco, come la scena della zuppiera riempita di sangue. I punti e i capoversi sono pause di un’ora, un giorno, forse un anno, tempi lontani e ritmi dimenticati.

 

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