“…penso tanto, ma non penso bene da molto…”. Fil Mathieu e la sua chitarra con MigrationsHintergrund

Noi de Ilsoleitaliano abbiamo incontrato il giovane musicista e cantautore italiano Fil Mathieu, che rilascerà a Marzo un concerto per l’uscita di un disco nato dalla collaborazione con altri artisti di diverse nazionalità: Philipp Eule (tedesco), Marco Ramponi (italo-greco) e Hasan Mahmoud (siriano). Insieme, formano il gruppo MHA (MigrationsHintergrundAugsburg). Il concerto si terrà in data 7 Marzo al SoHo Stage di Augsburg (Ludwigstraβe 32 - 34), con inizio previsto alle ore 20:00. Buona lettura.

Augsburg. Nella piccola cucina una luce bassa, calda contro la sera d’inverno. Lui siede spaparanzato con la chitarra in mano – un evocatore folle di accordi e arpeggi e ritmi bossanova, di melodie che si delineano e trasformano. Come cominciare l’intervista? Come distoglierlo da questo suo rito, da questo osservare il vuoto come assorto nell’immagine della sera oltre i vetri e l’energia che si sprigiona dalla musica? Per fortuna la moka viene su e lui, da bravo italiano, si lascia sedurre dall’aroma del caffè e dalla tazzina fumante che gli lascio sul tavolo. Si interrompe, posa la chitarra. È il momento giusto per cominciare.

Augsburg: Fil Mathieu (foto © ilsoleitaliano – F.G.B.)

Z: Zucchero?
M: No, lo prendo amaro. Comunque grazie per il caffè.

Z: Figurati, il caffè buono va bevuto con chi sa apprezzarlo. Ma prima suonavi roba tua?
M: Mah, solo qualche idea. Comunque è proprio buono…

Z: A proposito di musica e gente che sa apprezzare il caffè: è da un po’ che volevo chiederti qualcosa.
M: Spara.

Z: Volevo chiederti se, in quanto artista Italiano, l’esperienza di vita all’estero abbia influenzato la tua produzione musicale.
M: L’ha influenzata sì, senza dubbio l’ha influenzata molto. In particolare secondo due aspetti. Il primo è più positivo e costruttivo, per così dire, più allegro: nasce dalla possibilità di incontrare più culture diverse e quindi dalla curiosità di conoscersi, di riconoscere gli aspetti che ci rendono più simili.  Il secondo aspetto è più malinconico e nostalgico, che è un po’ la tematica di Agosto senza Mario (quì il video su youtube). È parte di quell’inquietudine, di quell’aprire gli occhi, un certo giorno, e ritrovarsi in un posto che non è davvero il tuo posto. Per quanto ci si possa integrare, a mio avviso questa sensazione di lontananza, di estraneità permane sempre.

Z: Che poi questo tema mi sembra tornare anche in un’altra canzone del nuovo album: Andiamo.
M: Andiamo è una sorta di Agosto senza Mario universale, perché quest’ultimo riguarda un microcosmo, quello di un italiano in un altro luogo, mentre Andiamo presenta lo stesso tema in maniera universale. Il testo comincia in francese, si passa all’arabo, al napoletano, al romano… si rappresenta una specie di grande carovana nel deserto. A un certo livello, questo tema può leggersi come una sorta di archetipo, una canzone sul nomadismo esistenziale dell’essere umano. A un altro livello, si collega al tema politico attuale delle migrazioni, delle persone che cercano l’Occidente e l’Europa come un paese di cuccagna e poi spesso finiscono cornuti e mazziati…

Z: Che?
M: Cornuti e mazziati: perché spesso è una doppia bastonata, rischiano la vita per arrivare in un posto dove in realtà non c’è quello che si aspettavano.

Z: A proposito di temi attuali: quale pensi che sia il ruolo della canzone? Se non ricordo male, De André affermava che attraverso le canzoni non si possono cambiare le idee delle persone, ma si possono aiutare le persone a cambiare le proprie idee. Tu che ne pensi?
M: Per me, per quella che è la mia idea di fare musica, il ruolo della canzone resta quello di trasmettere emozioni. Le mie, perlomeno. E sono contento quando mi accorgo che esse vengono riconosciute, che gli altri vi si rispecchiano. La canzone propriamente impegnata… la vedo un po’ come indossare un vestito. Ma quel vestito potrebbe essere troppo stretto, troppo largo, o da cambiare secondo le stagioni politiche… e poi a che serve vestirsi? I problemi, le paure, le gioie, i dolori umani sono sempre li stessi. Mostrare tutto ciò significa denudarsi, mostrarsi nudi. A che servono i vestiti?

Z: Un po’ come nella poesia Amo di Makajowskij, che dice: il cuore è vestito d’un corpo, / il corpo di una camicia. / Ma non basta ancora! / Un tizio / un idiota! / Inventò i polsini / e prese a inamidar gli sparati.
M: Appunto sì, bisogna mostrare il cuore sotto polsini e camicie, il nudo cuore. Poi certo… molto spesso denudarsi significa mostrare le proprie ferite. Se c’è qualcosa che mi ferisce, che mi fa star male e che mi crea frustrazione, credo che esprimerlo aiuti. Perché frustrazione e rabbia creano violenza, creano guerre. E non credo che se ne parli, di queste cose: del perché siamo frustrati e arrabbiati, di cosa sia che ci fa star male. Io voglio tentare di dirlo. Non sarà una soluzione, ma parlando di qualcosa lo rendo un po’ più piccolo, gli impedisco di diventare un gigante.

Z: O un mostro…
M: O un mostro, sì.  E il non sentirsi amati genera mostri orrendi. Il non mi sento amato spiega moltissime cose. Spiega perché si vive in una periferia e si sia violenti, perché si senta il bisogno di fare una rivoluzione, perché le persone si chiudano nelle loro piccole realtà, perché abbiano paura. E la paura di perdere qualcosa, di non essere amati, di essere abbandonati ti fa divenire estremamente possessivo e aggressivo, appunto un mostro… e questo andrebbe cambiato, bisognerebbe riuscire a sentirsi sempre amati. Dobbiamo ammettere di avere bisogno di questo amore e non aver paura di ammetterlo. È una cosa che riguarda tutti noi credo, che influenza tutti noi.

Z: A proposito di influenzare: quali sono le maggiori influenze, per te e per la tua musica?
M: Guarda, ultimamente, Umberto Galimberti.

Z: E mamma mia!
M: Mi affascina il fatto che abbia una cultura improntata su quella della Grecia antica, poi mi affascina quando dice che dobbiamo cambiare il nostro modo di vedere il dolore, di accettarlo, perché siamo uomini e il dolore esiste, fa parte della vita e dobbiamo accettarlo. Questo non significa rassegnarci al dolore, ma appunto accettarlo. Non dobbiamo vederlo come l’altra faccia del successo, del benessere, della beatitudine. Bisogna superare questa dicotomia.

Z: Capisco.
M: Poi sai, in linea di massima, i miei modelli sono sempre persone che sono fuori dagli schemi, che non possono essere messe dentro un cassetto, per così dire. Questa cosa mi ha sempre affascinato. Si sente con alcune personalità come Rino Gaetano, per tornare anche alla musica. Rino Gaetano è Rino Gaetano, non puoi ficcarlo dentro nessun cassetto. È inclassificabile: proprio come è inclassificabile Ciampi…

Z: Immagino tu ti riferisca a Piero Ciampi, non a Carlo Azeglio…
M: Piero Ciampi certo, l’altro beh… diciamo che si occupava d’altro. Poi Lucio Dalla o qualche altro pazzo che adesso mi sfugge. Poi ovviamente c’è sempre un po’ l’ombra di Pasolini. Qualcosa che di lui mi piace tantissimo è quando parla delle periferie romane. Mi sembra l’unico che abbia compreso al massimo l’essenza di quella trasformazione, delle nuove periferie e la nuova solitudine creata in quegli anni. Ammiro immensamente il suo anticonformismo. Poi dovrei citare anche il grande Califano, il machiavellico Califano… e non posso tralasciare Vasco Rossi. E poi Dino Campana, perché sono più di tre anni che me lo ritrovo sempre tra le mani.

Z: Però! Non è cosa comune ritrovarsi per tre anni Campana tra le mani… com’è possibile?
M: Perché mi portai questo suo libro dall’Italia e mi ritrovo sempre Dino Campana con le vele, queste vele di navi e lui che vede il porto di Montevideo o la notte della Pampa.

Z: Proprio gente pazza…
M: Gente pazza sì, a me piace la pazzia e sto bene quando sono pazzo. Ah sì! A proposito di pazzia ed essere pazzi, va aggiunto il grande Pino Daniele.

Z: Je so pazz’… cosa significa per te essere pazzo?
M: A proposito… ho dimenticato Carmelo Bene! Che tipo, pure lio. Comunque essere pazzi… mah, come spiegarlo. Forse dobbiamo partire da un presupposto: e il presupposto è che a me non interessa creare un prodotto intellettuale. Però ho un grande rimpianto, quello di non avere una solida base culturale, letteraria e filosofica. La mia cultura è una cultura frammentaria, come se provassi a raccattare pezzi un po’ dappertutto nello stress della vita quotidiana, dell’affitto da pagare e queste cose qui. In ogni caso, per me essere pazzo significa prima di tutto stare bene: significa essere leggero e saper volare sopra le opinioni proprie e degli altri. Superare le costrizioni sociali, come se fosse un po’ un gioco: farsene beffe come nel nostro Pirandello… perché ridi?

Z: Perché non pensavo a Pirandello, ma alla terza metamorfosi nel Zarathustra di Nietzsche…
M: Eh, ma Nietzsche purtroppo non lo possiamo citare. Qui in Germania è pericoloso, partono gli attenti al lupo e magari ci prendono per superuomini nazistoidi.

Z: Massì fa niente, tanto Nietzsche sta già dentro a Carmelo Bene. Sono come bambole russe…
M: Poveretti! Comunque sì, Pirandello. Perché alla fine sappiamo tutti di avere e indossare delle maschere, no? E quando sei pazzo, semplicemente, è perché ti sei tolto la maschera. E magari togliendoti la maschera gli altri possono guardarti e acquisire sicurezza in loro stessi, perché dicono: cazzo, quello si è tolto la maschera e non è morto nessuno!

Z: Anzi…
M: Anzi, è tutto più divertente, è tutto più bello e sincero. Ci sentiamo più vicini alla vita… sentiamo una felicità e anche un dolore, per collegarsi al discorso di prima, che sono di una qualità diversa da quella a cui siamo abituati tutti i giorni. È questo essere pazzi: togliersi questa maschera, togliersi la paura di essere giudicati e soprattutto di giudicare sé stessi…

Z: O per dirla alla Baudelaire: sono la piaga e il coltello / sono lo schiaffo e la guancia / sono le membra e la ruota / la vittima e il carnefice!
M: Vittima e carnefice, proprio questo sì. Baudelaire la sapeva lunga.

Z: Eh già. Caro Mathieu, ora il caffè è finito e anche l’intervista…
M: Ah! Ma che era questa l’intervista?

Z: Eh sì… però volevo chiederti un’altra cosa, prima di chiudere. Non è una domanda vera e propria: invece di rispondere a un’altra domanda, vorrei chiederti di lasciarci con un tuo pensiero.
M: Wow… è difficile. Penso tanto, ma non penso bene da molto. Ti lascio questo, che ho scritto quando è venuto a trovarmi a Roma il mio amico Hakim, il mio amico siriano. Un giorno, mentre a sera noi camminavamo per Roma, lui era un po’ in questo stato di beatitudine bambina e io pensai a questa cosa:

Dolce Hakim
la bellezza si nasconde dietro le stelle
o sotto la sabbia
bisogna cercarla fino in fondo
non si perde mai tempo
si percorrono tutte le strade di Dio
più di un solo percorso
ché l’uomo è miele e l’uomo è veleno
un frutto acerbo tra la terra e il cielo
le vedi le rovine di questa città?
Anche il più grande impero crollerà –
ma tra vicoli e balconi
c’è ancora tanta bellezza
e sembra che il mondo
non debba finire mai
e a Piazza Venezia dici che Roma
come Damasco
Roma come Damasco
meteoriti in cielo piove
Roma come Damasco…

Tutto qui.

*    *    *

Il concerto per l’uscita del nuovo disco si terrà il 07 Marzo 2020 SoHo Stage Augsburg, Ludwigstraβe 32 – 34 alle ore 20.00