Società Distanziata: Povera Patria

In Agones. In questa nuova (?) fase della lotta al Coronavirus, nella nostra povera patria (schiacciata dagli abusi di potere, cantava Battiato nei ruggenti anni ’90…) si sente molto parlare e sparlare della app Immuni, come pure di tutta una serie di problemi sollevati dal suo eventuale impiego nella strategia del Governo.

Società Distanziata: Povera Patria

Questa nuova app non mi sembra rappresentare il problema maggiore. Da decenni è ormai chiaro come la tecnologia agisca tirannicamente: ovvero come l’immissione di alcuni prodotti tecnologici all’interno del mercato, di fatto, pieghi più o meno rapidamente lo spazio sociale affinché gli individui che lo abitano diventino utenti e consumatori di tali prodotti. Certo: la politica potrebbe rappresentare un freno a tutto questo, ma, ecco… forse quello che cantava Battiato negli anni ’90 possiamo cantarlo anche oggi.

Il problema maggiore è dato da fatti molto più concreti: come la mancata chiarezza (al limite di una voluta confusione…) dei dati, che hanno confuso e confondono decessi per coronavirus e decessi con coronavirus; o ancora come le preoccupanti rimostranze di alcuni enti al fatto di effettuare test sierologici per i dipendenti di imprese che vorrebbero ripartire e non essere costrette a chiudere.

Detto questo, un problema di ordine ‘meno pratico’ mi sembra consistere nel rischio di una possibile trasformazione di queste norme di distanziamento sociale in una etica del distanziamento sociale. Più la cosa va avanti, più il rischio sussiste. Più i comportamenti si ripetono, più si delinea e va radicandosi una certa etica. Non bisogna infatti dimenticare che questa parola deriva dal termine greco ethos: termine che significa “abitudine”, “costume.” Nella sua Etica Nicomachea, Aristotele scriveva: “[…] la virtù etica è prodotta dall’abitudine, dalla quale deriva anche il suo nome con una minima variazione,” o ancora: “[…] non è dunque cosa di poca importanza se si sia abituati sin dall’infanzia a certi costumi o meno, al contrario è di grande importanza, ed anzi suprema.”

Il progressivo sviluppo di un’etica del distanziamento sociale modifica il corpo complessivo di una cultura.

In particolare, all’interno della nostra cultura, essa accentuerebbe ancora di più la nostra attuale dipendenza dalla mediazione della tecnologia nel rapporto tra uomo e Natura, come pure nella mediazione tra uomo e uomo. In alcune sue note (quaderno 11, §34), Gramsci descrive l’attività sperimentale dello scienziato in quanto:
“[…] primo modello della mediazione dialettica tra l’uomo e la natura, cellula storica elementare per cui l’uomo, ponendosi in rapporto con la natura attraverso la tecnologia, la conosce e la domina.”

Quello che occorre domandarsi è quali siano le possibili conseguenze e implicazioni dovute al fatto che la mediazione uomo-Natura e uomo-uomo (situazione, questa, che potrebbe andare acuendosi con questa pandemia) sia sempre maggiormente monopolizzata dalla tecnologia.

Ripetiamolo ancora: una modifica dell’etica è una modifica portata all’insieme dei rapporti sociali. Essa modifica e ridisegna il mondo del lavoro, lo stato precedente delle retribuzioni, il credito e il relativo prestigio associato a certe capacità o know-how (per usare un inglesismo inflazionato) piuttosto che ad altre. Voglio fare un esempio tratto dal campo che mi è maggiormente noto: quello della scuola e dell’educazione.

Se ogni scuola, per l’impatto di questa pandemia, fosse forzata a premunirsi del materiale tecnico necessario per la didattica digitale, ciò non si risolverebbe solo in costi materiali, ma anche e soprattutto in una radicale modifica della stessa natura dell’atto educativo. Nella scelta del personale docente potrebbe infatti essere privilegiato un educatore in grado di saperci fare con computer connessioni e competenze digitali, piuttosto di un educatore che ci sappia fare con esseri umani… perché le capacità tecnico-digitali del primo risulterebbero forse più funzionali, verrebbero forse valutate come più importanti, per garantire l’efficacia dell’atto educativo, rispetto alle capacità umano-relazionali del secondo (non è colpa del virus: la progressiva tendenza a trasformare gli educatori in burocrati va avanti da decenni). Detto questo, immagino che sarebbe inoltre necessario potenziare le capacità generali di connessione al web: quindi procedere a un’estensione della rete, a un generale potenziamento delle infrastrutture legate ai servizi internet e così via.

Nel riconoscere alla tecnologia una preminenza nella mediazione uomo-Natura, dobbiamo altresì riconoscere come essa sia legata a tutta una serie di interessi, a una certa visione del mondo, ad una certa idea di razionalità e di disposizione del reale a determinati fini e insomma: dobbiamo riportarla a tutte le sue ombre e contraddizioni.

P.S. In calce a queste considerazioni, voglio sottoporre all’attenzione dei miei lettori il concetto di Immunità sviluppato da Roberto Esposito.

Il nucleo di tale concetto, mi pare, può riassumersi in questi termini generali: per difendere la propria vita e preservarla da una possibile contaminazione, occorre negare quella vita esterna ed estranea alla nostra che si mostri potenzialmente capace di minacciarla.

È ciò che accade oggi e che costituisce in buona parte quella etica del distanziamento sociale a cui mi riferivo: per proteggerci e proteggere certe categorie di persone, limitiamo drasticamente la ‘contaminazione sociale’ data dai rapporti con gli altri. Ora: questa strategia immunitaria non è né giusta né sbagliata, né da magnificare né da condannare. Semplicemente, si preferisce andare incontro a certi costi sociali piuttosto che ad altri. Quello che non va dimenticato, tuttavia, è che la vita in ogni caso si basa su un certo grado di contaminazione e che, più in generale, gli sforzi eccessivi messi in opera per “immunizzare” il futuro così da impedirgli di schiudersi in eventi non prevedibili, sostituendo sempre di più le proiezioni di modelli scientifico-matematici all’esperienza diretta, porta forse a un depauperamento della vita stessa: a uno slittamento dall’eu zen (vivere bene) aristotelico al mero zen, a un vivere che è sempre più legato al solo dato fisiologico. È a questo genere di riflessioni che vogliono richiamarci alcuni autori che operano nel campo concettuale della biopolitica, i cui argomenti vengono puntualmente fraintesi da non addetti ai lavori, distorcendo il senso della loro critica.

Pasquino sul Campo

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