Intervista a Francesco Ziosi, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

Direttore, l’anno scorso abbiamo partecipato a diversi eventi, quali Daria Bignardi, il ricordo di Giuseppe Jona nel giorno della Memoria, Roberto Saviano. Sabato 14 CRETA di Maristella Martella ha dato il via al nuovo programma. Come scegliete il calendario annuale e i singoli eventi? Avete una linea programmatica dettata dal Ministero? Quali sono i vostri parametri?
La domanda mi permette di spiegare bene come lavora un Istituto di Cultura. Una grande parte del programma viene decisa autonomamente dall’Istituto. Nel caso specifico di Monaco, lavoriamo cercando di sviluppare idee nostre, per presentare una linea di manifestazioni che possa rappresentare al meglio l’Italia, sia con intellettuali noti sia con volti più giovani e meno conosciuti. Questo si sviluppa più o meno settimanalmente.

Francesco Ziosi – direttore dell’IIC di Monaco di Baviera (foto © ilsoleitaliano G.A.)

Poi ci sono altri tipi di collaborazioni. Il Ministero ci propone alcune rassegne tematiche.  Una di queste è la settimana della lingua, a cui lavoriamo nella terza settimana di ottobre, con il palcoscenico come tema di quest’anno. Poi esistono altre fasce di interazione, quali Ambasciata, Consolato e istituzioni culturali locali. Di solito i primi due lavorano con noi a eventi grandi che abbiano un impatto importante sulla collettività, non solo nei circoli culturali. Pubblico grande, coté culturale ampio- come quell’incontro dedicato al calcio ad aprile 2018 con Karl-Heinz Rummenigge e Luca Toni. O a luglio sempre dell’anno scorso la mostra di Fabio Viale alla Glyptothek insieme al Consolato.  Quando dobbiamo organizzare qualcosa di più importante, lavoriamo in sinergia con altre istituzioni, mentre la programmazione settimanale, che fa da ossatura all’IIC, è scelta da noi. Il parametro sui cui si lavora è prima da tutto  la qualità, sia nel vagliare le proposte che arrivano da fuori ma anche le nostre stesse idee. Quando esce un libro importante ad esempio, ci informiamo bene sull’autore, cerchiamo di capire se il testo è presentabile e interessante per il pubblico di qui, a seconda di chi ci rivolgiamo.

A questi eventi risponde più un pubblico italiano o tedesco?
In realtà dipende dal tipo di evento. Daria Bignardi ha una grande popolarità televisiva in Italia, quindi attira un pubblico a maggioranza italiano. Altre volte trattiamo temi che hanno successo per il pubblico tedesco, come le tre manifestazioni dell’anno scorso dedicate al Faust. Il nostro pubblico si compone per un sei, sei e mezzo su dieci di un tedesco colto che conosce bene l’Italia, abbastanza avanti con l’età, con una conoscenza dell’Italia non superficiale. E questa è una peculiarità di Monaco. Mentre per lavorare in un IIC in Indonesia, il lavoro dell’Istituto è dire dove si trova l’Italia nel mondo, a Monaco c’è una conoscenza dell’Italia già molto alta. Quindi si lavora, una volta di più, sulla qualità: una volta assunto questo come punto fermo, bisogna capire come declinarla. In concreto: se il prossimo anno vogliamo parlare di Raffaello, di cui ricorre il quinto centenario della morte, non penso semplicemente a “chi conosco che ne sa di Raffaello”. Piuttosto, penso a chi mi sa dire quali sono le linee di ricerca più importanti al momento. Ancora: è meglio chiamare Antonio Paolucci a raccontare le stanze vaticane di Raffaello o un ricercatore più giovane che magari esponga uno studio meno conosciuto?

L’IIC ha un budget assegnato annualmente dal Ministero degli Esteri. Ci sono altre entrate? A quanto ammonta il budget medio dell’Istituto?
I nostri proventi sono di tre tipi. C’è una dotazione ministeriale che si aggira intorno agli 80.000 per anno, che valgono anche per le spese di funzionamento. Manutenzione, interventi, dall’albero che cade, all’idraulico, ai viaggi degli artisti, a eventuali pubblicazioni. Solo gli stipendi rientrano fuori da questo budget. Una seconda entrata molto importante proviene dai nostri corsi, che vengono gestiti in regime di concessione dall’associazione Forum Italia. La terza fonte, che da due anni sta diventando progressivamente sempre più importante, è l’impiego dei nostri locali per manifestazioni esterne. Il nostro Istituto è molto funzionale, grande e attrezzato piuttosto bene. È pensato per essere un istituto di Cultura. Non era un palazzo che è stato adattato, ma nasce per essere questo. Chi è interessato ci contatta, iniziamo una trattativa con costi aggiuntivi o sconti a seconda di quello che si fa. Lavoriamo anche con privati, si potrebbe festeggiare anche il compleanno, ma di preferenza cerchiamo sempre chi ha scopi compatibili con i nostri. Riguardo le tempistiche: per una conferenza almeno due settimane prima, se è una mostra va organizzata per tempo per evitare sovrapposizioni.

Quanto dura il Suo mandato da Direttore?
Il mandato 4 o 5 anni, più verosimilmente 5 nel mio caso. È iniziato a fine marzo del 2016, quindi sono ampiamente nella seconda metà del mio mandato.

Cosa vorrebbe lasciare alla comunità italiana del posto e a quella tedesca?
Ad entrambe mi piacerebbe lasciare la stessa cosa, non c’è un trattamento diverso. Lasciare l’impressione che l’Istituto di cultura sia una presenza importante nella vita culturale della città. Un’istituzione seria e credibile. E soprattutto viva, in grado di fare cultura oltre che di promuoverla. Posso rispondere differenziando su cosa non vorrei lasciare. Ai tedeschi, l’immagine dell’Istituto come galleria di belle immagini di Venezia, Napoli o Roma. Agli Italiani l’idea di parrocchia dove incontrarsi.

Questa visione è un testimone ereditato dal Suo predecessore, la filosofia dell’Istituto o una concezione del tutto personale?
Abbiamo dei precisissimi protocolli amministrativi, di comportamento, programmi, decoro e una serie di cose. Gli Istituti non sono dunque a immagine e somiglianza del direttore. Tuttavia questo interpreta la sua missione a seconda del momento in cui lavora in una determinata città, e della situazione che ritrova. Io ho trovato una situazione più che buona per certi aspetti. Quello che ho cercato di rafforzare è l’immagine dell’Istituto come soggetto e non come spazio. Non un contenitore con un budget che sancisce chi entra e chi sta fuori, ma un’officina pensante che presenta la cultura italiana contemporanea nella versione che, in quel momento, ritieniamo essere la migliore. Del resto, qui la cultura Italiana c’è già, per vicinanza e storia. In una città che ha un dipartimento di Italianistica, la collezione di libri italiani all’estero più importante dopo la British Library, una collezione italiana stupenda nella Alte Pinakothek, cosa può aggiungere l’Istituto?  È questa la nostra sfida.

Quindi in proporzione al momento, al tempo e alle dinamiche che stiamo vivendo?
Attenzione. Questo non vuol dire che bisogna parlare solo di attualità. Prendiamo il tema degli ultimi anni, l’immigrazione. Trattarlo all’istituto – e lo abbiamo fatto – comporta due rischi: mala interpretazione da parte del pubblico, che ha già un discorso in testa quando assiste al nostro evento, e appiattimento dell’Istituto stesso su quel dibattito. Se di un tema ne parla la Süddeutsche tutti i giorni, non so se sia il caso aggiungere la nostra voce su questo argomento. Vogliamo anzi dare qualcosa al pubblico che questo si aspetta un po’ meno. Prendiamo la settimana della cucina, che rientra nelle linee del Ministero. Due anni fa è uscito un libro dedicato alla cucina di casa Morandi, uno dei pittori fondamentali del 900. La sfida dell’evento di novembre sarà partire dalla cucina italiana e finire a parlare di storia dell’arte. Proporre temi anche inattuali, anche difficili in una maniera più accessibile al pubblico, in chiave differente, senza mai scadere nel banale.

Lei crede che questo messaggio sia stato recepito dal pubblico dell’Istituto?
Penso di sì. Non sono nella testa del pubblico, ma la mia sensazione è che chi assiste a nostri eventi abbia capito e apprezzi una programmazione non banale. Questo sì, credo siamo riusciti a farlo.

Grazie per il tempo concessoci e auguri di buon lavoro.

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